
La filosofia del vomito esplora questo atto non come semplice evento fisiologico, ma come potente metafora, esperienza limite e gesto espressivo che mette in discussione i confini tra sé e il mondo, tra accettazione e rifiuto, tra controllo e perdita.
I principali nuclei concettuali
Il Vomito come Esperienza della Corporalità Radicale (Fenomenologia)
I filosofi fenomenologi, come Maurice Merleau-Ponty e in particolare Drew Leder (in The Absent Body), vedono nel vomito un momento in cui il corpo, normalmente "trasparente" e in secondo piano, irrompe con forza brutale nella coscienza.
· Il corpo che si ribella: Non sei
più tu a "avere" un corpo, ma sei il tuo corpo nella sua materialità
incontrollabile. È un'alienazione interna, una rivolta delle viscere contro il
dominio della coscienza.
· Il crollo dei confini: Vomitare è un'espulsione violenta di qualcosa che era
dentro, ma che ora è fuori. Mette in scena il rapporto ambiguo tra
"interno" ed "esterno", sfidando l'idea di un sé chiuso e
autonomo. Ci ricorda che siamo aperti al mondo, e il mondo può invaderci fino a
dover essere rigettato.
Il Vomito come Rifiuto Etico ed
Esistenziale
Qui il vomito diventa metafora di
un rifiuto totale, non digestivo ma morale o metafisico.
· Jean-Paul Sartre: In La Nausea (titolo originale Nausée), il protagonista
Roquentin non vomita fisicamente, ma è pervasto da una nausea esistenziale di
fronte alla contingenza—il fatto gratuito, assurdo e viscoso dell'esistenza. Il
mondo gli si presenta come una pasta soffocante e senza senso. Il vomito
(mancato) è la risposta corporea a questa rivelazione. È il tentativo del corpo
di espellere l'essenza stessa dell'essere.
· Emmanuel Levinas: Nel saggio L'Essere è l'Intimo parla del vomito come tentativo disperato, e infine fallito, di evadere dalla propria stessa esistenza. "Il disgusto di vomitare è il disgusto di essere incatenati al sé", di non poter fuggire dalla propria pelle. È il segno della nostra radicale incapacità ad abbandonare il nostro essere.
Il Vomito come Atto di Trasgressione e di Potere (Antropologia ed Estetica)
· Teoria del Ritiuale e del
Carnivalesco: In molte culture, il vomito è associato a trance, purificazione o
eccesso rituale (come nelle Baccanti greche). Mikhail Bakhtin, nel suo studio
sul realismo grottesco e la cultura carnevalesca, vede nel corpo che mangia,
defeca e vomita il "corpo basso" materiale che rovescia l'ordine alto
e spirituale. È un atto di umiliazione e insieme di liberazione.
· Avanguardia Artistica: Artisti come Paul McCarthy o il regista John Waters
usano il vomito (o suoi simulacri) come gesto provocatorio per attaccare il
buon gusto borghese, la pulizia sociale e le ipocrisie. È un'estetica
dell'abiezione, in linea con le teorie di Julia Kristeva sul
"perturbante" (l'inquietante straniero) e
sull'"abietto"—ciò che gettiamo via (dal latino ab-icere) ma che ci
attrae e ripugna perché ci ricorda la nostra mortalità e la nostra materialità
(sangue, feci, vomito).
Il Vomito come Confine dell'Umano
(L'Abietto)
La filosofa Julia Kristeva, in Poteri dell'orrore, offre l'analisi più sistematica. Il vomito è un esempio primario di abiezione.
· L'abietto è ciò che perturba l'identità, il sistema, l'ordine. Non è né soggetto né oggetto. Il vomito, in particolare, è ciò che era cibo (accettato, interno) e che diventa rifiuto (rigettato, esterno). È il momento in cui il confine tra sé e non-sé si dissolve in modo orribile.
· Il disgusto per il vomito è
fondamentale per costituire il soggetto: impariamo a dirci "io"
escludendo e allontanando da noi ciò che è impuro, viscido, contaminante. Ma
l'abietto esercita anche un fascino oscuro perché ci riporta a uno stato
pre-identitario, di fusione con la materia.
Il Vomito nella Cultura di Massa e nella
Critica Sociale
Il vomito può essere letto come sintomo di un malessere sociale:
· Critica al consumismo: L'eccesso, l'ingordigia, l'incapacità di "digerire" l'abbondanza di merci, immagini e informazioni portano a una sorta di vomito culturale (si pensi alla televisione spazzatura o allo scrolling ossessivo sui social).
· Malattie della modernità: Anoressia e bulimia sono viste dalla filosofa e psicoanalista Simona Forti e altri non solo come disturbi clinici, ma come paradossi esistenziali: il corpo che rifiuta il cibo o che lo espelle come ultimo, disperato tentativo di controllo su di sé e sul mondo percepito come tossico o invadente.
In conclusione, parlare di filosofia del vomito significa parlare del corpo come luogo di verità ambivalente. È il gesto che ci umilia, ricordandoci la nostra animalità e fragilità, ma che al tempo stesso può essere un atto di rifiuto ultimo, una protesta viscerale contro un mondo (o un cibo, materiale o spirituale) che non si può o non si vuole digerire.
È l'espressione cruda del conflitto tra accoglienza (incorporare il mondo) e protezione (difendersi dal mondo), tra essere un soggetto autonomo ed essere un organismo penetrabile e vulnerabile.
Il vomito, in ultima analisi, è un monito filosofico: siamo, nostro malgrado, radicalmente aperti. E a volte, l'unica risposta possibile a questa apertura è un rifiuto violento e catartico.
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